Sconcertante quanto accaduto ad una povera donna di 42 anni. La coinquilina le ha cucito la bocca e l’ha tenuta prigioniera.
Una donna di 42 anni è stata soccorsa in Giappone dopo essere riuscita a sfuggire alla propria coinquilina, che le aveva cucito la bocca con ago e filo. La vittima ha trascorso circa un’intera giornata in quelle condizioni prima di trovare il momento giusto per scappare e chiedere aiuto. A salvarla è stato il proprietario di un negozio, che l’ha vista entrare indossando una mascherina e mostrando un cartello con la scritta: “Aiutatemi”.

cuce la bocca della coinquilina con ago e filo: i fatti e la fuga
Stando a quanto ricostruiti, l’episodio è avvenuto nella prefettura di Ibaraki e risale al 29 giugno 2026. In seguito ai fatti, la polizia ha arrestato una donna di 49 anni, identificata come Masae Sakurai. Secondo quanto riportato da People, le due condividevano la stessa abitazione dall’aprile del 2025.
La vittima, la cui identità non è stata resa pubblica, ha spiegato agli investigatori di essere riuscita a lasciare la casa solo il giorno successivo, intorno alle 13:30, approfittando dell’assenza della coinquilina. Agli agenti avrebbe raccontato di non essere fuggita prima perché terrorizzata dalla donna. Al momento non sono ancora note le ragioni che avrebbero portato all’aggressione.
I dettagli sulle indagini e i comportamenti della donna
Nel corso delle indagini sono emersi anche dettagli sulle abitudini della 49enne. Alcuni conoscenti hanno riferito che Sakurai era solita accogliere nella propria abitazione persone in difficoltà, soprattutto ragazze giovani che avevano lasciato la famiglia. Un’ex collega ha raccontato che già tre anni prima la donna offriva ospitalità a giovani senza un posto dove vivere dopo aver contattato i loro genitori e che, in alcuni casi, le aiutava anche a trovare un impiego.
Un altro conoscente, che aveva fatto visita a Sakurai nel mese di novembre, ha dichiarato di aver visto nella casa due o tre ragazze e un ragazzo adolescenti. Anche le altre persone presenti nell’abitazione sono state ascoltate dagli investigatori, che ritengono fossero in casa al momento dell’aggressione.